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Noi ragazzi guariti

"Noi ragazzi guariti" è un libro di parole e di immagini è il racconto del viaggio della malattia alla guarigione e, anche, del cambiamento che quest’ultima ha provato nei tanti guariti. La guarigione per loro è stato come nascere una seconda volta.

Storie di coraggio, determinazione e amore per la vita perché, come il professor Masera, il dottor Jankovic e i loro “ragazzi guariti” ci insegnano, la speranza non si deve spegnere mai.

 

Noiragazziguariti

Giuseppe Barone

Giuseppe _baroneHo tirato fuori dal cassetto i miei due diari sanitari. Sono passati, ormai, quindici anni. Sulla copertina rossa fa capolino il simbolo del Comitato “Maria Letizia Verga’. Esito un attimo. Un ricordo affiora. Un dottore biondo con i baffi e il cognome strano. Me lo vedo davanti come se fosse qui. Jankovic, mi pare si chiamasse... Sì, proprio così, dottor Jankovic. Lui mi regalava certi adesivi coloratissimi, che attaccavo sui diari. Tra i tanti, ce n’era uno che mi piaceva talmente che ci passavo sempre sopra le dita. Riproduceva un pallone da calcio in un tessuto verde, simile a quello dei tavoli da biliardo. Lo carezzavo spesso per esser certo che fosse mio, e che non si staccasse.

Apro il primo diario e lo ritrovo: impossibile non accarezzarlo, come si fa con un vecchio amico. Impossibile non pensare a quanto le piccole cose diventino importanti nei giorni difficili. Sulla pagina accanto ci sono dei numeri telefonici. Quei numeri di medici mi riportano al primo giorno in ospedale. Ero nel mio letto, con l’ago a “farfalla’ sul dorso della mano, piangevo. Non capivo cosa mi stesse succedendo. La mamma, che era sempre con me, mi disse: “Peppe, non piangere, altrimenti piango anch’io . E, per lei, non piansi più.

Continuo a sfogliare il diario. Sulla pagina della prima settimana d’ottobre del 1990, trovo una bel la vignetta: un bambino salta allegro su un letto. “QUESTA E’ SALUTE!” c’è scritto sotto. A quel tempo, non sapevo leggere, ma indicai il disegno a mia madre e protestai “Guarda mamma! Anche questo bambino salta sui letto e nessuno gli dice niente!”. E le ricordai quando anch’io e mia sorella saltavamo sul lettone e lei, tutte le volte, ci sgridava. Ma questo succedeva prima che mi ammalassi, perché, dopo, non mi sgridò più. SALUTE diceva quel disegno.

Eppure, io non ricordo di essermi sentito un ammalato durante l’anno trascorso a Monza, con quel dottore alto e gentile in quel grande ospedale del Nord. L’unico ricordo spiacevole sono le grosse siringhe alla schiena che, ogni volta, impegnavano più di un’infermiera per tenermi fermo. A parte questo, il tempo passato lì, tra l’Ospedale “San Gerardo” e il residence “L’Ulivo”, è volato via abbastanza sereno. Con me c’era la mamma e altri due bambini ricoverati, Maddalena e Matteo.

Al residence giocavamo e ci venivano a trovare tante persone. Le “nonne” ci facevano visita spesso. Nonna Delca e nonna Teresa ci raccontavano delle belle favole. E c’era, anche, Giorgia, una giovane volontaria, che ci faceva tanto ridere con le avventure del fantasma Formaggino. Quante ne  combinava quel fantasmino... Guarito sono ritornato a casa, a Valderice, appena in tempo per le Elementari. Non ho ripensato quasi mai a quel periodo. L’ aritmetica , le tabellone, le maestre, le prime letture, i giochi con i compagni hanno preso il posto di quei ricordi sempre più lontani.

Giuseppe

Giancarla di Landro

Giancarla _dilandroIl lungo corridoio di un ospedale, la linea gialla divide i box delle terapie dall’Unità Operativa del day hospital di Pediatria. Tengo stretto un volume rosso. E la mia tesi di laurea in medicina. Il cuore batte a mille e le mani un pò mi tremano. Ritornare a Monza, al ‘San Gerardo’, dopo tanto tempo. La prima volta che ci sono andata ero debole e avvolta in una coperta, trasportata dalla mamma e dallo zio.

Adesso, ventiquattro anni dopo, sono qui per salutare il mio “medico-guaritore” e regalargli la mia tesi. E così che chiamo il dottor Jankovic. E sempre riuscito a farmi sorridere e a darmi la speranza anche nei momenti più difficili. Un bambino sente d’istinto di chi può fidarsi e il mio istinto mi ha guidata bene. “Buongiorno dottor Jankovic! ‘. Un papà e una mamma lo salutano sorridenti, mentre mi viene incontro. Lui si avvicina al loro bambino che, in una tutina a righe blu e bianche, sgambetta allegro nel passeggino. “Già fatto l’emocromo chiede. La mamma scuote la testa e lui si inginocchia davanti al passeggino per controllare il bimbo.

Quel gesto, così naturale per lui, di abbassarsi all’altezza dello sguardo del suo paziente, lo avevo già visto tante volte. Lo ha fatto anche con me. Che cosa fosse quella malattia me lo spiegò in maniera semplice e chiara anche il professor Masera. La sua gentilezza, la sua competenza e la pacatezza della sua voce mi rasserenavano tutte le volte che controllava il mio quadro clinico. E quando chiesi loro perché dovevo restare chiusa in ospedale, mi spiegarono che, nel mio sangue, le cellule bianche erano diventate molto più numerose di quelle rosse, e che dovevamo ridurle. Così con questa semplice spiegazione capii che dovevo concentrarmi per far aumentare i miei globuli rossi. E così ho fatto. Lottare e vincere la malattia, è stata un’esperienza che mi ha dato una grande energia.

Col tempo, mi sono resa conto che nasceva in me una forza interiore e una determinazione che mi hanno aiutato, poi, negli studi e nella vita affettiva, a non arrendermi mai pure davanti agli obiettivi più difficili.  Dopo la guarigione, la capacità di apprezzare la vita si è amplificata. E credo che la voglia di diventare medico Sia nata proprio in quel momento, grazie al contatto con dottori così bravi e ricchi di umanità. Ma tante sono le difficoltà, anche per una con la mia passione e determinazione. Il mio sogno è diventare pediatra al “San Gerardo”, dove sono guarita. E qui è molto difficile essere ammessi.

Ma il professor Masera e il dottor Jankovic mi hanno insegnato a non azzerare mai la speranza. E, qui, la speranza è tutt’intorno a me. Una bambina bionda scorrazza in lungo e in largo su un triciclo tutto colorato. Ci sfreccia accanto. Sorrido, e mi sembra di rivedere me piccina. Il dottor Jankovic le carezza la nuca, al volo. Lei ricambia con un ciao allegro e chiassoso. E io sono qui a portare in dono la mia tesi in medicina. Un gesto che è, per me, un segno di speranza e un impegno. Quello di dare il meglio di me come medico e come persona, come ho visto fare ai miei due dottori del cuore. 

Giancarla

Emanuele Rifaldi

Emanuele _rifaldiAlti omoni dall’aria “sospetta”, vestiti di bianchissimi comici mi accolsero quindici anni fa al “San Gerardo”. Piccolo e spaventato, avevo creduto fino ad allora di poter essere protetto soltanto dai miei genitori, che mi stavano accanto. Eppure, quegli uomini alti e indaffarati si occupavano di me con cura e sollecitudine.

Così, dopo un po’  cominciai a sorprendermi di pensare a loro come ai miei “angeli custodi, Il professor Masera e il dottor Jankovic per un bimbo di 5 anni erano alti sì, ma tanto gentili e positivi. Riuscivano sempre a rubarmi un sorriso. Masera, con gli occhi sempre sorridenti, i modi sereni, le spiegazioni semplici, mi infondeva fiducia ed energia anche quando il mio coraggio un po’ barcollava. Lui è per me un esempio, un dottore straordinario, un luminare che seguo sempre con stima immensa e affetto non appena si parla di lui sui giornali o in televisione.

E penso che l’esser stato accompagnato dalla malattia alla guarigione da medici così eccezionali mi abbia fatto scegliere di studiare psicologia all’Università. Aiutare chi attraversa momenti difficili e testimoniare che anche dalle esperienze più dure se ne può uscire rafforzati è uno dei miei più grandi desideri. E il segno tangibile di quanto una malattia possa distruggere e di quanto una guarigione, a base di medicine e di tanto amore, possa far sbocciare sono io stesso. Certo, per qualche tempo dopo la guarigione ho fatto dei brutti sogni. I miei “angeli custodi” non potevano proprio fare tutto da soli, pensavo. Ma non era così.

Avevano pensato a sollevare il morale dei “loro ragazzi” persino dopo la guarigione. Così, sono entrato a far parte della “Mitica”, la nazionale di calcio del “San Gerardo”, la mia squadra del cuore. E quei cattivi pensieri sono stati superati e vinti magicamente, dopo la mia prima partita a Monza. Noi ragazzi della Mitica siamo trenta e siamo torti fortissimi, anche se qualche volta concediamo qualche punto agli avversari, La nostra è davvero una squadra affiatata, dove e la solidarietà, la grinta e il sorriso sbaragliano tutte le altre sui campi di calcio d’Italia.  Il dottor Jankovic, poi, da buona “ala sinistra” negli anni Settanta, ancora oggi ci dà qualche consiglio tattico per vincere le partite più difficili. Lui ed il professor  Masera sì, che ne hanno vinte tante di “partite per la vita “ con la loro squadra del “San Gerardo”.

Le medicine sono fondamentali, si sa. Ma sentirsi amati è indispensabile. E loro hanno regalato il prezioso sollievo di un sorriso a tanti bambini che sono già guariti e a tanti che, oggi, lottano per vincere la loro partita.  Sono uomini, certo. Ma uomini e professionisti di tanti fatti e poche parole, che mi hanno ridato il sorriso. E io, adesso, non sono più capace di vivere senza.

Emanuele

Roberta Sala

Roberta _salaCarissimi dottori, mi sono ammalata di leucemia all'età di 3 anni. Con le cure della straordinaria equipe del Professor Masera, Dott. Jankovic e Dott. Uderzo sono guarita definitivamente all'età di 12 anni. Da allora, conduco una vita del tutto normale, con la gioia di essere mamma,  senza nessuno strascico della malattia; senza privazioni di nessun genere. Dio ci ha messo il Suo zampino operando attraverso la professionalità, l'umanità e l'immenso cuore dei medici del S. Gerardo.

Oggi ho 31 anni, sono una volontaria dell’ABIO nel reparto di Ematologia Pediatrica all'ospedale S. Gerardo Nuovo di Monza. Lo sono da poco tempo ma credo di non essere mai stata nient'altro nella vita se non questo, oltre ad essere mamma di due terremoti rispettivamente di 2 e 4 anni, le mie figlie, che colorano ogni mio giorno. In tutti questi anni, ho maturato la decisione di diventare volontaria per rendere l'immenso dono che mi é stato fatto da Dio mettendomi al servizio dei bambini, i miei “angeli d’oro”.

Ho avuto una seconda chance dalla vita e ho sentito il dovere e la necessità personale di cercare di essere una persona sempre migliore e di dedicarmi a loro. Il volontariato ABIO mi ha dato la possibilità di realizzare il mio sogno, di riempire la mia vita di bambini, meravigliosi bambini, che ho il privilegio di poter far ridere. Che mi dedicano il loro tempo e che ringrazio perché mi premettono di giocare con loro.  Bambini a cui posso regalare un sorriso e genitori a cui posso portare un pò di speranza con la mia storia. Le mie figlie mi rendono una mamma appagata e questi piccoli angeli del “San Gerardo”  arricchiscono la mia vita.

Oggi, non posso più vivere senza l’ ABIO,  e senza tutto quello che per me rappresenta. Grazie a tutti i bambini che amo e che amerò sempre. Ai loro genitori che esclamano " Roberta che bello vederti grande!" con gli occhi pieni di speranza. All' ABIO do tutta me stessa. Mi ha offerto la possibilità di rinascere, di scoprire l’essenza della vita stessa e di incontrare meravigliosi compagni di viaggio. Grazie a Silvia del Comitato Maria Letizia Verga , e allo straordinario signor Verga, a me sempre vicini. Grazie, perché tutti voi siete nei miei pensieri, come l'aria, il sole, il sole, la gioia, la vita. Grazie per avermi permesso di crescere, di invecchiare, di migliorare e di mettere al servizio dei bambini quello che sono e che sarò. Sono dovuta ritornare nel luogo dove io e la mia famiglia abbiamo provato  dolore e paura per trovare la mia vera felicità, per sentirmi davvero a casa. Grazie per essere la mia casa. 

Roberta

A TUTTI I GENITORI E AI NOSTRI SOSTENITORI

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